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A volte sarebbe meglio poter dormire.

Estraniarsi da tutto con della sana fottutissima musica a palla che esplode nei timpani e dormire così, per giorni, per poi svegliarsi alla fine dei problemi e come se nulla fosse successo.

O forse basterebbe confrontare le proprie difficoltà con quelle vere, quelle degli altri, per poi accorgersi che forse dovremmo stare zitti e ringraziare. Ringraziare sempre e di tutto, che è già abbastanza.

Ma il problema è l’inconscio. Perché non sarebbe neanche difficile, se non fosse che c’è quella cosa nello stomaco. Quello schifo che è lì, annidato come un ragno in un buco troppo stretto per infilarci un dito e farlo uscire una volta per tutte, troppo in profondità per snidarlo e schiacciarlo sotto le scarpe.

E poi sempre il solito, vecchio, irresolubile dubbio. Lottare? Pregare? Provare tutto? O niente? Aspettare che passi? Lasciarsi andare ad affogare in un bicchiere d’acqua?

A volte forse basterebbe avere qualcuno che ci ricordi cosa sono le vere difficoltà.

O almeno una chitarra da spaccare sul pavimento.

3 Risposte a “”

  1. “quando guardammo nel dirupo, le mani corsero alle mani, pugni in tasca, occhi venati di freddo. E ogni affannarsi divenne nebbia, e gli oggetti divennero cenere e sabbia, il dolore distillò se stesso per rendersi dignità di pensiero, coscienza vibrante, umanità necessaria. Inventammo per Dio un’impalcatura per farlo traballare meno, strade battute per non farci male ai piedi, regole per distinguire tra deserti e civiltà: ma infine quali erano i deserti? E quali erano le civiltà?”

  2. Tesoro tutto bene??
    parliamone..! ;-)

    (riesci sempre a farmi “accaponare” la pelle)

  3. Gabriele Dice:

    tranqui baby, tutto ok!

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