UN DRACULA CHE NON EMOZIONA

Pubblicato: 18 febbraio 2013 in Passioni

Quando usciamo dalla mostra “Dracula – Il mito del vampiro” alla Triennale di Milano, un amico mi dice: «Beh, pensavo qualcosa di meglio».
Io, onestamente, non so cosa rispondere. Perché in realtà non mi aspettavo niente di più.
Non perché la mostra mia abbia soddisfatto, sia chiaro. Ma perché le mie aspettative, in generale sulla qualità di quello per cui pago, e in particolare per questo tipo di eventi, sono in continuo calo.
In sostanza perché, ormai da tempo, ho imparato ad accontentarmi.
Solitamente non mi fido dei pareri, quindi se una cosa mi interessa, che sia un film, un concerto, una mostra o qualsiasi altro evento culturale, ci vado e poi mi faccio la mia opinione. Quindi, per coerenza, non voglio dare io stesso consigli sull’andarci o meno. Non voglio dire di lasciar perdere, che quelle quattro cose esposte le si possono trovare su internet.
Pongo invece una domanda. Cosa ci si aspetta dalla partecipazione a un evento di questo tipo?
Dopo averci ragionato per qualche istante, la risposta migliore che mi viene in mente è: emozione.
Che poi sia paura, meraviglia, stupore, scandalo o quello che è. Ma, emozione.
E qui, nel palazzo della Triennale di Milano, dove, se non chiedi indicazioni l’unica cosa che trovi senza fatica è il bar; qui, di emozione per “Il mito del vampiro”, ne ho provata ben poca.
Non di certo davanti allo schermo tv che trasmetteva “Dracula” di Francis Ford Coppola; non di certo leggendo i pannelli bianco su nero con alcune note storiche, né guardando i cinque o sei oggetti d’epoca esposti. Nemmeno nella sala con le proiezioni mixate dei tanti film sui vampiri, e certamente neanche in quella con esposti dei costumi teatrali che non avevano niente a che fare con Dracula (quindi chissà che cosa ci facevano lì).
Per la cronaca, l’unica emozione che ho provato, e forse solo in quanto appassionato lettore nonché scrittore, è stata al cospetto della teca contenente la prima copia del romanzo “Dracula” di Bram Stoker, con dedica autografa alla madre, datato 25/05/1897.
Se questa singola emozione poi valga lo sbattimento di andare a una mostra e pagare otto euro di biglietto, beh, questo è un altro discorso.

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