Archivio per la categoria ‘Sfoghi Impietosi’

DIVENTO NERVOSO

Pubblicato: 5 marzo 2012 in Sfoghi Impietosi

In un mondo sommerso da aggiornamenti di stato su Facebook, da messaggi su Twitter, da post sui blog; in un mondo dove ormai tutti vogliono dire la propria, anche quando non hanno niente da dire, anche quando non sanno usare lo strumento “lingua italiana”; in un mondo dove piuttosto che non dire niente si ripete quello che ha detto un altro… Beh, forse, per distinguermi, dovrei provare a starmene in silenzio.
Ma come si fa a sopportare tutto questo senza lamentarsi?
Come si possono sopportare sfilze di “mi piace” per messaggi nostalgici fino alle lacrime su cose successe l’altro ieri?
Come si possono sopportare catene di solidarietà idiote per qualsiasi cosa per la quale non si alzerebbe un dito, con foto di candele e nastri colorati?
Come si possono sopportare cordogli pubblici per persone che si sono sempre ignorate, e invece, dopo il loro decesso, sembrano essere sempre state parte imprescindibile della nostra vita?
Credo che i social network ormai facciano parte della vita sociale al pari di bar, di parchi e di piazze, e che sia ridicolo volerne stare fuori.
Ma, per favore, tutti noi che ne facciamo uso, cerchiamo di usare un minimo di cervello, di coerenza, di dignità.
Giusto per non essere ricordati, fra vent’anni, solo come dei pecoroni del cazzo.

SIAMO FATTI COSI’ (?)

Pubblicato: 24 febbraio 2012 in Sfoghi Impietosi

Una pubblicità può essere (inconsciamente?) lo specchio di una cultura?

Situazione: Andrew Howe entra in un negozio, dove c’è già una cliente.
1) La negoziante lo saluta calorosamente, dicendogli che sarà subito da lui non appena finisce con la ragazza: come a dire, mi libero di questa rompicoglioni e sono subito da te, che sei uno famoso, e quindi hai priorità sugli altri.
2) La ragazza chiede un Kinder Bueno, l’ultimo a disposizione. La negoziante, che sa che anche Andrew lo vuole, finge di non capire: come a dire, non voglio dare qualcosa a te, che non so chi sei, ma a Andrew che, in quanto famoso, ne ha più diritto.
3) Andrew cerca subdolamente di convincere la ragazza a comprare altro: come a dire, ti faccio distogliere l’attenzione dal tuo bisogno reale per insinuarti la necessità di qualcosa che realmente non vuoi.
4) Andrew, dopo aver confuso la ragazza, le dice che, mentre lei ci pensa, lui si prende il Kinder Bueno: come a dire, è colpa tua che sei indecisa, non ti lamentare se poi qualcun altro si prende quello che volevi tu.
5) La negoziante è soddisfatta del raggiro: come a dire, guardo il (pre)potente che raggira un ingenuo, e sono contenta che il mondo funzioni secondo questa regola.
6) Andrew propone alla ragazza di fare a metà del Kinder Bueno: come a dire, dopo averti inculato, ti voglio anche far credere di essere in debito nei miei confronti.

Ovviamente, chi ha prodotto questo spot, non avrà pensato la cosa da questo punto di vista “malizioso”.
Ma non è proprio questa la cosa grave?
Avere insita nell’inconscio un’impostazione mentale di questo tipo.
Adesso vado in un negozio a prendermi una merendina e, se dopo di me entrerà un personaggio famoso, per sicurezza lo lascerò passare davanti.

(FOTTUTI) SACRIFICI PER TUTTI

Pubblicato: 5 dicembre 2011 in Sfoghi Impietosi

Allora, premetto.
Il solo pensiero di scrivere di politica mi disgusta tanto che quasi preferirei chiudere il notebook e guardare The wedding planners con mia moglie. Che preferirei mettermi a fare i pacchetti di Natale. Che preferirei rispondere alle mail del lavoro.
Il motivo è semplice. Quel mondo. Quella gente. Li odio. Tutti. Dal primo all’ultimo. Perché i loro volti mi fanno ribrezzo. Perché le loro parole sono vacue. Perché i loro pensieri sono retorici. E la cosa più patetica, più penosa, più grottesca, è vedere gente sbandierare gli emblemi dei loro partiti. Esaltarsi ai loro discorsi. Spellarsi le mani ai loro dibattimenti.
Ma questa era solo la premessa.
L’argomento che voglio trattare è molto materiale. Debiti.
Perché c’è la crisi. La crisi. La dannata interminabile crisi. A tre anni esatti da questo mio post, il Paese, c’è da stupirsi?, è ancora nella merda. Nella merda più totale e più completa e più profonda.
Perché da giorni non si sente dire altro che il governo sta per prendere dei provvedimenti che saranno dolorosi. Che tutti dovremo essere pronti a fare dei sacrifici per il bene del Paese. Che, giuro, dicono che ci saranno da versare lacrime e sangue.
La mia risposta? La mia risposta è che sarei pronto ad armarmi. A prendere spranghe e forconi. A divellere l’albero di Natale che sta nel mio salotto, per poi venirvi a cercare brandendolo come una lancia. Ma non per fare una mezza rivolta cazzona e dare fuoco a quattro cassonetti e tre scooter come si usa in questo secolo. No. Io organizzerei un esercito, con cui prendervi tutti e mettervi al muro. Con cui coprirvi di insulti e insulti e insulti. Per poi raggiungere il culmine della vostra umiliazione raccontando le vostre storie. Da dove venite. Che cosa avete fatto prima di arrivare lì dove siete. Cosa avete preso che non vi apparteneva. Chi avete truffato che si fidava di voi. Chi prendete in giro ogni volta che aprite bocca.
E senza abbassare la testa, dovrete dire a tutti quelli che vi stanno davanti, centinaia, migliaia, milioni di persone, che tutti dovranno fare dei sacrifici. Che dovranno piangere lacrime amare. Soffrire e sputare sangue. E questo per pagare dei debiti che non hanno fatto. Per espiare errori di cui non hanno colpe. Per tenere in piedi questo penoso Paese che voi, voi e i vostri predecessori che vi stanno ancora alle spalle, avete messo in ginocchio. Questo paese che è primo al mondo in tutte le classifiche di vergogna e ultimo in tutte quelle di virtù. Che è corrotto che un paese del terzo mondo.
Questo dovrete chiedere.
E la risposta la riceverete da tutti, uno per uno. Centinaia. Migliaia. Milioni. Uno alla volta, tutti vi diranno quello che pensano.
Perché forse è ora che si sappia, che tutti capiscano, che è un nostro fottuto cazzo di diritto non dover pagare i debiti degli altri.
E’ UN DIRITTO NON DOVER PAGARE I DEBITI DEGLI ALTRI.
E così sia.

CENSISCIMI, MA SIAMO NEL 2011!

Pubblicato: 15 ottobre 2011 in Sfoghi Impietosi

Quando, qualche giorno fa, ho trovato nella cassetta della posta il bustone dell’Istat, non sapevo nemmeno che ci fosse in ballo un censimento. Ho aperto la busta, ma dopo tre secondi mi è passata la voglia di guardarne il contenuto: ricevo già noiosi questionari di questo tipo al lavoro e li considero solo una perdita di tempo. Quindi il plico è finito dimenticato in mezzo alle riviste.
Poi ieri sera un’amico mi ha detto di averlo compilato in un quarto d’ora e quindi, stamattina, non avendo di meglio da fare, ho chiamato a raccolta tutta la mia buona volontà di cittadino e, iPad sulle ginocchia, mi sono collegato al sito Istat.
Certo scoprire di poterlo compilare online, e fra l’altro in maniera molto facile e intuitiva, è stata una piacevole sorpresa. Ma anche l’unica.
Iniziando il questionario vengono richiesti i dati anagrafici dei componenti il nucleo familiare, a cui seguono domande che riguardano la formazione scolastica, la situazione lavorativa e le condizioni di salute (queste molto discrete e generiche).
E poi ci sono le domande sull’abitazione, dove ci viene richiesto se abbiamo in casa una cucina, un bagno, e i collegamenti all’acqua potabile e all’acqua calda.
No, davvero.
Abbiamo pianto fino a ieri la morte di Steve Jobs, ringraziandolo per averci regalato l’iPad e l’iPhone, e siamo costretti ancora a chiederci se abbiamo il bagno in casa e l’acqua calda. Abbiamo televisori da cinquanta pollici e pay tv costose come mutui, ma forse non l’allacciamento all’acquedotto.
Questo è il patetico Paese in cui viviamo.
Un Paese che, peró, ha paura a chiederci formalmente, con un incontestabile sondaggio Istat, cosa ne pensiamo della classe politica, delle istituzioni, della scuola, della sanità, della giustizia, della condizione delle strade e della viabilità, delle banche, delle compagnie assicurative e dell’urbanizzazione.
Forse perché per questo sondaggio non servirebbe l’Istat. Forse perché, per la prima volta nella storia delle statistiche, si registrerebbe un risultato unanime. Forse perché il risultato che ne risulterebbe non sarebbe riportabile al telegiornale.
Forse perché, in risposta a queste domande, dalle nostre gole scaturirebbe un solo, unico, gigantesco urlo. Una parola di cinque lettere. Una parola che riassume la risposta a tante domande.
MERDA.

COVERIZZARE BAUDELAIRE

Pubblicato: 24 luglio 2011 in Sfoghi Impietosi

Mettiamo che un tizio molto simpatico dica una battuta fortissima. Una di quelle da capottarsi dalle risate. Tanto divertente che chi la sente non riesce a smettere di ridere. Poi, fra quelli che l’hanno sentita, c’é anche uno con il cosiddetto spirito di patata. Uno che non gli riesce una cosa divertente neanche a starci sveglio tutta la notte. Sente la battuta mondiale del tizio simpatico e, appena ne ha l’occasione, la ricicla, godendosi almeno una volta nella vita la magnifica sensazione di aver prodotto delle risate. Di aver fatto ridere altre persone. Come si puó definire un soggetto del genere? Beh, in tanti modi, ma il primo che mi viene in mente è sfigato.
Adesso pensiamo ai cantanti famosi. Artisti con fan in tutto il mondo e milioni di dischi venduti. Gente partita da pub fumosi e insalubri e arrivata a riempire gli stadi. Musicisti che in carriera hanno piazzato decine di singoli nelle classifiche che contano. Poi arriva il gruppetto nato l’altro ieri, che non riesce a partorire un pezzo radiofonico neanche con l’aiuto dei produttori piú cazzuti in circolazione, e allora cosa fa? “Questo é il nostro tributo ai Beatles”; “Ecco il nostro omaggio a David Bowie”; “In onore dei Depeche Mode abbiamo voluto fare la nostra versione del loro pezzo…”
Cazzate!
Fottute cazzate!
La verità è che non riuscite a entrare neanche nella top 200 bulgara, e allora vi giocate il jolly della cover. Prendete una hit di venti o trent’anni fa, magari poco conosciuta alle nuove generazioni, e ne fate una versione attualizzata che, ovviamente, vista la materia prima, non puó non avere successo.
La cosa che mi fa incazzare, peró, è che magari chi sente la cover non sa nemmeno che si tratta di una cover. Che chi sente il pezzo e ne resta colpito, magari ignora che decenni prima quello stesso pezzo è stato in classifica per venti settimane.
E poi diciamolo. Un tributo a un grande lo puó fare solo un grande a sua volta. Altrimenti anch’io posso dire che voglio fare un tributo a Baudelaire e allora riscrivo “I fiori del male” e lo pubblico a mio nome.
Cazzate!
Fottute cazzate!
Io dico che una cover dovrebbe obbligatoriamente contenere nel titolo la precisazione “cover di ……… dei ………”. Cosí sarà poi chi la sente a decidere se andarsi a comprare l’originale o la copia.
Altrimenti dovremo accontentarci di aver in circolazione cazzoni al cui confronto, le one hit band, sono artisti inarrivabili.

Mi immagino un tribunale.

E’ un posto cupo, inospitale, sgradevole.  E c’è un giudice impietoso che obbliga un imputato senza capi d’accusa a riverargli quali siano le proprie peggiori angosce. Qualcosa, che so, come il timore del calare della notte. O il buio e il gelo che penetrano le ossa e l’anima.

Poi, sentito tutto, il giudice si alza e, senza nessuna ragione al mondo, infligge all’imputato senza capi d’accusa una pena corrispondente a quella stessa angoscia.

La condanna è a tempo indeterminato. Non prevede sconti. Annienta la speranza.

«E sappi che questo», urla il giudice puntando il dito all’imputato senza capi d’accusa, mentre lo portano via,  «E’ solo l’inizio.»

SII IL TUO ANIMALE DA COMPAGNIA

Pubblicato: 19 aprile 2011 in Sfoghi Impietosi

Nel commovente servizio che mandano in onda c’é un camion carico di gabbie. E in queste gabbie ci sono decine di cani ammassati, stipati tanto vicini l’uno all’altro da non potersi muovere.
Siamo in Cina – “in Cina”, come se queste due parole bastassero a dare delle coordinate significative, tanto sarebbe valso dire “ovunque” o “in nessun posto” – e un gruppo di animalisti bloccano il camion e liberano i cani, altrimenti destinati a finire in pentola in un ristorante locale.
Sono scene tristi. Sí, molto tristi.
La cosa triste, in realtà, é che a essere difesi con tanta passione siani cani, gatti, al limite cavalli. Gli animali piú teneri, insomma, o quelli piú belli, piú “dignitosi”.
Ma qualcuno ha mai visto un camion di polli? E uno di maiali?
Qualcuno ha mai visto portare delle vacche al macello? Qualcuno ha mai sentito i versi di un maiale che percepisce nell’aria odore di morte?
C’é qualcuno che ha presente come vengono allevate certe galline da uova? Conoscete qualcuno che si commuova per le decine di nutrie spiattellate sulle nostre strade di campagna?
Meat is murder, come dicevano gli Smiths. E questo vale per tutti gli animali, dal piú tenero cucciolo, al piú orrido dei tacchini; dal piú fico degli stalloni, al piú sfigato dei muli.
Io saró un assassino, perché non mi faccio problemi a spararmi un bell’hamburger, qui seduto sul mio divano in pelle. Ma rispetto un pollo spenacchiato allo stesso modo di un cane batuffoloso. Uno sbiadito pesce rosso quanto un luccicante delfino.
Non mi tengo in un appartamento di sessanta metri quadrati un alano di un metro e novanta. O in una gabbietta di quaranta centimetri otto criceti o cinque canarini.
Qualcuno me lo spieghi: é meno animalista sfamarsi di altri animali, o avere una classifica di gradimento degli animali da proteggere?