Archivio per la categoria ‘Trip (non mentali)’

Come si fa ad andarsene via da qui?

Nove giorni sono volati, e ci sono ancora un sacco di posti che vorremmo vedere e un sacco di cose che vorremmo scoprire. Ma alle 12.30 abbiamo il treno per Boston.

Ci svegliamo tardi e la mattinata passa tutta a rifare le valige. Poi usciamo dallo Shoreham Hotel per l’ultima volta e, in taxi, direzione downtown, attraversiamo strade percorse a piedi mille volte, attraverso Times Square e fino alla Penn Station.

Per fortuna riusciamo a metterci comodi per goderci il viaggio in treno. Si passa attraverso posti magnifici: colline, laghi, fiumi, oceano. Cittadine con villette da favola e città con nomi tipo New Haven e Providence.

Il nostro viaggio a New York finisce qui. Spero di aver raccontato cose interessanti, ma soprattutto di aver divertito, che è (per lo più) lo scopo di questo blog.

Bye bye.

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Con la scusa che il 28/09/2010 è l’ultimo “giorno intero” che passiamo in città, e siccome dobbiamo comprare ancora qualche souvenir, ti pare che non si andava a finire in un’altra giornata di shopping?!

Piove di brutto, e la colazione da Starbucks con vetrina sulla Sixth Avenue è particolarmente scenografica. Fra l’altro, finalmente, troviamo i Chocolate Chunk Cookie, che se non ti tieni attaccato al tavolino ti possono davvero far ribaltare dalla sedia.

Come nei film entrano due poliziotti in servizio, che poi si portano fuori un bicchierone di caffè americano, o qualche altra schifezza, che a volte bevono in cup trasparenti con dentro una carriola di ghiaccio (nota: ricordarsi di chiedere poco ghiaccio, o direttamente “no ice”, se si vuole restare in salute).

Poi  ci spostiamo sulla Fifth, che è proprio il posto peggiore se ci tieni al tuo conto in banca; una strada di negozi dalla quale è praticamente impossibile uscire indenni.

Entriamo nel negozio di Armani per vedere “Armani Casa”, che alla fine è poco più di un’esposizione con quattro cuscini da centocinquanta dollari l’uno, ma che vale la pena di una visita solo per vedere la rampa di scale interna: un serpentone bianco illuminato, con un design da urlo. Mia moglie vede una borsa che desidera come fosse l’ultima disponibile prima del giorno del giudizio; ma la convinco ad aspettare, dato che è praticamente la prima che ha visto (oggi). Riesco a farci uscire da lì solo con il bel sacchetto che gentilmente mi viene offerto all’ingresso per non far gocciolare l’ombrello.

Poi facciamo un giro da Cavalli (inavvicinabile), anche se la nostra (soprattutto mia) vera meta della giornata si trova più a Nord, all’inizio di Central Park, all’incrocio con la Cinquantanovesima. Purtroppo, però, ecco incombere il negozio di Juicy Couture. Trattasi di marchio newyorkese che non si trova in Italia, e contro il quale tutta la mia forza di volontà non può impedire l’acquisto di (mavvà?!) una borsa, in quel momento divenuta la più bella e desiderabile di tutti i trecentomila negozi di New York.

Per fortuna, passeggiando, arriviamo davanti alla Cattedrale di St. Patrick, e tanto per rimanere coi piedi sulla terra, ci prendiamo una mezz’ora di pausa spirituale. L’edificio, in uno stile che la mia ignoranza in materia non mi permette di identificare (neo-gotico?), è imponente, e l’interno spettacolare, soprattutto il colonnato che delimita la navata centrale e le vetrate a mosaico.

Usciamo da lì che è ora di pranzo. Visto che ha smesso di piovere optiamo per mangiare all’aperto sulla Cinquantanovesima, proprio di fronte al muretto che delimita Central Park.

E dopo pranzo arriva il mio momento, che mi gusto con un lungo cazzeggio in Grand Army Plaza: entriamo nell’Apple Store di Fifth Avenue. Il negozio è sotterraneo, e vi si accede da una scala trasparente, all’interno di un futuristico cubo di cristallo.

Guardiamo, tocchiamo, chiediamo, ci facciamo spiegare e, alla fine, dopo circa un’ora (fra cazzeggio, fila alla cassa e apertura della scatola, assistiti da un commesso che ce lo prepara per l’uso immediato) usciamo di lì con un iPad, oggetto più adorabile di un cucciolo di golden retriever. Tanto che, grazie a una delle tante connessioni wi-fi che allietano la vita a Manhattan, ce ne stiamo venti minuti a godercelo in quello spiazzo appena fuori dallo store, chiamato Apple Plaza.

Dopo il rituale rientro in albergo per qualche ora di relax (doccia e pisolo), finalmente andiamo a salire l’Empire State Building. Qui, a differenza del grattacielo del Rockfeller Center, la fila è lunga, e si arriva all’ottantaseiesimo piano! La vista è pazzesca, le nuvole sembra di poterle toccare alzando un braccio, e c’è un vento che quasi hai paura a tenere in mano la macchina fotografica, che magari te la spazza via.

Era l’ultimo posto speciale di New York che ci mancava ancora da vedere.

Domani si parte per Boston.



Et voilà! Il nostro volo Air France da Boston a Parigi ritarda di un ora, e così a Parigi manchiamo (anzi, i nostri bagagli mancano) la coincidenza, e così ci tocca aspettare sei ore il volo successivo, e così all’aeroporto Charles De Gaulle, nell’Anno del Signore 2010, non c’è nemmeno una connessione Wi-Fi gratuita! Merde (francesismo).

Vabbé, ne approfitto per raccontare del nostro giorno otto a New York.

L’ottavo giorno di vacanza viene giù acqua a secchiate, e quindi è la giornata ideale per il TV-Movie Bus Tour, ovvero un giro in bus nelle zone della City in cui sono state girate scene famose di film o serie tv.

Non sto a entrare nei dettagli perché il giro è durato oltre tre ore.

Sintetizzo i posti più divertenti, tipo la mitica sede dei “Ghost Busters” (oggi è una stazione dei vigili del fuoco nella zona di TriBeCa, e ci sono stemmi del film da tutte le parti); la casa di Will Smith in “Io sono leggenda”, che si trova in Washington Square; la palazzina dove abitano i ragazzi della serie “Friends” (davanti alla quale ho fatto l’unica foto a cui davvero tenevo, e che mia moglie ha cancellato “per sbaglio”) e la casa dei “Robinsons”. Infine siamo passati in un sacco di posti in cui “Spiderman” si è arrampicato, è saltato, si è buttato, gli è morto il nonno (davanti alla New York Public Library) e altro ancora.

Giro piacevole, anche per vedere zone della città in cui non si è riusciti a passare.

Per la cronaca, la sera ceniamo in un posto (di cui adesso mi sfugge il nome), dove ci spariamo una Cesar Salad con bacon davvero ottima.

Il settimo giorno, stando alle Sacre Scritture, ci dovremmo riposare.
Invece ce ne andiamo a Brooklyn.
Cominciamo con una sana colazione, ancora allo Starbucks nella Trump Tower, che oggi è tutta visitabile, ed è stupefacente.


Poi prendiamo un bus verso downtown (con una breve fermata in un paio di jeans store che fanno saldi), giù fino a City Hall (anche qui parco con scoiattoli, ancora più audaci!). E da lì prendiamo il passaggio pedonale sul leggendario Ponte di Brooklyn. Percorrerlo a piedi è pazzesco: la vista è memorabile, il vento fresco, e la struttura enorme mette soggezione.
Arrivati a Brooklyn decidiamo di non tornare indietro, ma di vedere zone meno turistiche. Quindi cerchiamo la prima subway station e, con “Subterranean Jungle” dei Ramones negli iPod, ci dirigiamo verso la mitica terra dei Warriors: Coney Island. Il tragitto è lungo (venti fermate), e la linea F, in questa zona, non è proprio il posto dove vorresti avere dei nemici. Ma fila tutto liscio, e vedere i quartieri degradati (il treno corre su una high line) è comunque una esperienza newyorchese che possiamo raccontare di aver fatto.
Arrivare a Coney Island è come trovarsi in un altra città.


Per prima cosa ci fermiamo da Nathan’s, per uno dei suoi celebri hot-dog (davvero da urlo) e poi ci dirigiamo verso il lungo mare.
Qui tutto è marcatamente trash: i negozi, i posti dove mangiare, e soprattutto il luna park, con niente di meno che il world famous Cyclone (una montagna russa in legno scricchiolante) e un “shoot the freak”, dove un tizio grosso e guercio invita i passanti a sparare su un bersaglio “mobile e vivo”!

È tutto proprio come ce lo aspettavamo, e come speravamo che fosse.
La spiaggia è gremita di famiglie di mormoni (media di quattro figli a coppia), e la vista sull’oceano è da film.


Torniamo, e da lì a Manhattan il viaggio è lunghissimo, ma cazzo se ne è valsa la pena.
Quando arriviamo in albergo ci spariamo una doccia e ci schiaffiamo sul letto.
Ma è fatidico, perché ci addormentiamo all’istante, e poi chi ha più voglia di uscire?
Ah, dimenticavo…
Sto scrivendo questo post mentre sono in viaggio in treno da New York a Boston, utilizzando il mio nuovo iPad.
Già, ho ceduto al fascino… Ma provate voi ad andare due volte all’Apple Store di Fifth Avenue e uscire senza aver comprato niente, se ne siete capaci.

NEW YORK CITY – DAY 6 – MUSEI

Pubblicato: 28 settembre 2010 in Trip (non mentali)

Non facciamo i soliti ignorantoni italiani in gita: un po’ di cultura! Eccheccazzo.

Il sesto giorno quindi, dopo il rito della colazione da Starbucks, attraversiamo giusto un paio di block e arriviamo al Museum of Modern Art (per gli amici, fra cui io, il MoMA).

L’edificio visto da fuori è abbastanza anonimo; non dà proprio l’impressione di poter contenere alcune fra le opere più famose (e di valore) al mondo.

Il MoMA è disposto su sei piani, più un giardino interno. Noi partiamo dal terzo, attirati dall’esposizione di architettura e desing. E’ zeppo di oggetti geniali e affascinanti, che non sto a raccontare perché li si possono vedere sul sito del museo, ma fra i quali spiccano una Vespa GS 150 del 1955 e un’auto sportiva rossa del 1946 disegnata da Battitsta “Pinin” Farina: una fichissima Cisitalia 202 GT.

Purtroppo il quarto piano è temporaneamente chiuso, così, clamorosamente, ci perdiamo le opere di Andy Warhol.

Passiamo quindi al quinto piano, dove un urlo in lontananza mi fa pensare che qualcuno sia stato colpito da Sindrome di Stendhal fulminante e si sia buttato nell’androne. In effetti, anche nell’ignoranza più totale della materia, non si possono non conoscere Picasso, Van Gogh, Monet, Modigliani, Kandinsky, De Chirico, Munch, Matisse, e tanti altri che probabilmente reputo meno importanti, ma che sicuramente saranno fondamentali. La cosa pazzesca, poi, è che ci si aspetterebbero misure di sicurezza imponenti. Invece le opere sono lì, guardabili, fotografabili, filmabili, avvicinabili quanto si vuole, senza alcuna protezione.

Terminiamo il giro con qualche piccolo acquisto nello store interno e in quello nel building di fronte, entrambi pieni di oggetti curiosi che costano un occhio.

Nel frattempo si è fatta ora di pranzo, e da buoni newyorkesi decidiamo di mangiare per strada. Io mi sparo un hot-dog con una bella sbrodolata di mostarda talmente piccante che devo restare con la bocca aperta mezz’ora per riprendere fiato, mentre mia moglie si spara una fila di un quarto d’ora al baracchino per comprare un classico chicken over rice, in quantità da sfamare l’intero isolato.

Nel pomeriggio la nostra iniezione di cultura prosegue all’American Museum of Natural History (che non ha acronimi, a meno che non vi sia comodo chiamarlo amnh, con l’h finale aspirata), che sconsiglio vivamente se avete più di dodici anni. In realtà, se si avesse voglia di visitarlo con attenzione, sarebbe sicuramente interessantissimo, dato che copre secoli di Storia di tutto il pianeta ed è immenso; ma per due che vogliono solo farsi una passeggiata di cazzeggio pomeridiano, valgono la pena solo la sala dei mammiferi africani e quella dei fossili, con tutti i suoi bei dinosauroni. Per fortuna il nostro biglietto comprende anche “Journey to the stars”, un’interessante esperienza all’interno del planetario. Per la cronaca, infine, questo è il luogo dove è ambientato “Una notte al museo”, con Ben Stiller (e non so se anche “Una notte al museo 2”, perché non l’ho visto).

La nostra giornata si conclude con hamburger e patatine da urlo al Park Cafe, all’angolo fra la 55th Street e la 7th Avenue (per ora la migliore cena della vacanza) e con immancabile passeggiata attraverso Broadway fino a Times Square che, come al solito, illumina il cielo sopra New York. Finalmente la temperatura è tornata nella media, e il vento fresco fa svolazzare le Star Spangled Banner sparse ovunque, mentre decine di Limousine sfilano avanti e indietro, e chissà chi minchia portano e dove.

Sipario.

Altra giornata calda. E che si fa?

Un errore chiederlo a mia moglie, perché la risposta è fin troppo ovvia… “andiamo a fare shopping, che ce ne stiamo nei nogozi al fresco

Ed eccoci quindi, dopo il godurioso preliminare fisso della colazione da Sturbucks, a ripartire per negozi.

Ma la prima tappa è stata decisa dal sottoscritto: Nike Town, nella Trump Tower. Missione fallita, perché in cinque piani di negozio non ho trovato un paio di scarpe di mio gusto…

Seconda tappa da Macy’s, per quel che ne so dovrebbe essere il centro commerciale più grande della galassia, o giù di lì. In effetti le sue sale si perdono all’orizzonte.

Siamo entrambi in cerca di scarpe: io Nike, lei Calvin Klein, ma iniziamo a cazzeggiare nel reparto casa e oggetti di design fino al’ora di pranzo. Ci spariamo del chicken & rice (perché in America, nove volte su dieci, si mangia pollo su riso, o insalata di pollo, o riso e insalata e pollo, o una qualsiasi combinazione delle tre cose). E ripartiamo.  Gira e rigira e rigira, va a finire che io prendo un paio di scarpe invernali Ralph Lauren, mentre lei solo qualche souvenir per i parenti. Quindi grado di soddisfazione bassissimo. Il che si riperquoterà per il resto della giornata, durante la quale cercherà di acquistare qualsiasi cosa le capiti a tiro, giusto per dare un senso alla parola shopping.

Tanto per dire, finiamo all’M&M’s World di Times Square, e riusciamo a uscire con un sacchetto in mano anche da lì…

Ah, dimenticavo… sempre per la cronaca, anche questa sera abbiamo cenato in un ristorante italiano. ‘Sta volta l’acqua San Benedetto ce l’hanno stappata al tavolo, e non ce l’hanno fatta pagare sei dollari e cinquanta… ma, ‘tacci loro, sei dollari e novantacinque…

Il quarto giorno, finalmente e con colpevole ritardo, ce ne andiamo a vedere Miss Liberty (aka la “Statua dela Libertà”).

La giornata inizia inevitabilmente con la colazione da Starbucks, dove non abbiamo ancora deciso quali tazze comprare per casa nostra.

Poi ci spariamo un bel tragitto in bus fino a South Ferry e lì… eccola, che già si vede, in lontananza. La giornata è fresca, ci godiamo un bel vento profumato di oceano.

Passiamo i controlli (tipo aeroporto) e saliamo sul traghetto, che rolla come se ci fosse il mare forza nove. Per fortuna quando partiamo si stabilizza, e in pochi minuti arriviamo su Liberty Island. E’ un’isoletta minuscola, ma con un sacco di verde, gabbiani che supplicano un pezzettino del tuo pranzo, e Lei, la statuona, di rame ormai inverdito, ma incredibilmente affascinante. Non sto a elencare i dettagli come altezza o altro, quelli si trovano su Wikipedia, ma posso dire che la vista dal basso è davvero emozionante, soprattutto al pensiero che per secoli è stata la prima cosa che gli immigranti hanno visto, arrivando in nave. Dopo averla vista e fotografata da settantacinque diverse angolazioni ci prendiamo da mangiare, e accerchiati dai gabbiani, ci sediamo davanti al muretto che delimita l’isola, con vista su Lower Manhattan: pazzesca! Qualche miglio di mare, e poi subito i grattaceli, che si accalcano fino alla punta dell’isola (per chi non lo sapesse, Manhattan è un isola, delimitata a Nord e a Ovest dall’Hudson River, a Est dall’Est River, e a Sud dall’oceano).

Seconda tappa della mattina, sempre con traghetto, Ellis Island. Questa è l’isola dove gli immigrati dovevano scendere per essere registrati. E’ un po’ più grande di Liberty Island, ma la sua visita si limita al museo, all’interno della grande struttura che riceveva una media di cinquemila persone al giorno. Anche qui l’emozione di calcare la strada di milioni di persone arrivate con Il Sogno. E di persone che, per vari motivi, sono state rimandate indietro.

Tornati a Manhattan, quasi solo per dovere di cronaca, abbiamo fatto un salto a Wall Street e a Ground Zero, che in realtà non ha un granché da mostrare, se non un grande e frenetico cantiere, visibile quasi esclusivamente dal lussuoso building del World Financial Center.

Al ritorno è ormai ora di punta, e la Sixth Avenue, sulla quale siamo diretti, è bloccata come la Salerno-Reggio Calabria il Quindici di Agosto. Quindi, per la prima volta da quando siamo qui, prendiamo la Subway; bella sorpresa: piena di gente ma non incasinata, molto pulita, è facile da capire, in quanto pannelli elettronici indicano le fermate in tempo reale.

Dopo una sosta in albergo per doccia e relax, prima di cena andiamo al Top Of The Rock.

Non è una trasmissione musicale di MTV, ma un punto panoramico situato al sessantasettesimo e ultimo piano di uno dei grattaceli del Rockfeller Center. La salita in ascensore a velocità supersonica è mozzafiato: il soffitto della cabina è trasparente, e il tunnel in cui sale è illumitato da led azzurri: sembra di decollare nello spazio. Una volta scesi ci si trova su un terrazzo circondato da vetrate con vista a trecentossessantagradi sullo skyline, ovviamente spettacolare.

La giornata si conclude con cena in un ristorante italiano dove, per la cronaca, paghiamo una bottiglia di acqua San Benedetto (neanche stappata in nostra presenza) sei dollari e cinquanta. ‘Tacci…