SEI UNO ZERO

Pubblicato: 25 marzo 2013 in Pubblicazioni e Premi

La recensione di ‘Sei uno zero’ su Il Cittadino del 25/03/2013.

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Scrivere. Come stile di vita.

Pubblicato: 23 marzo 2013 in Passioni

Come puó un taccuino dare ispirazione?
Copertina nera, pagine rigate. Un quadernetto qualsiasi.
Beh, non proprio qualsiasi.
Era il duemilaquattro, o forse il duemilacinque, non ricordo bene, quando Rolling Stone Italia regalava, in allegato alla rivista, un paio di quadernetti Moleskine in edizione speciale.
Prima di allora non ne avevo mai sentito parlare e il marketing di Moleskine non era certo ai livelli attuali. Ma l’oggetto mi ha subito affascinato in maniera pazzesca.
Ho davvero passato anni da grafomane, a riempire riga dopo riga un quadernetto via l’altro. Era diventata la mia forma di scrittura preferita, altro che laptop. Moleskine, penna a sfera e ogni ripiano diventava una scrivania buona per mettersi a scrivere.
A volte la gente mi guardava con sospetto, quasi con sottile disgusto.
‘Cosa fa quello, con un taccuino nero e una penna di plastica? Starà scrivendo le sue memorie? O un testamento? Forse fa i compiti di scuola?’, sembravano pensare.
‘’Cosa ti metti a scrivere in pubblico? Tanto vale che tiri fuori una siringa e inizi a farti in vena’, sembravano voler dire.
Ma io avevo tutte le ragioni per andare avanti.
Mi divertivo, avevo un sacco di idee da buttar giù, mi sentivo figo, mi sentivo al pari di Hemingway o Chatwin. Chi se ne fregava dei Nobel per la letteratura e dei milioni di copie vendute e della gloria immortale! Al cospetto di un Moleskine eravamo tutti uguali.
E cosí producevo racconti a raffica. Prendevo appunti su idee per progetti futuri. Mi segnavo note sulle persone e i luoghi che mi trovavo davanti, con l’intenzione di farne personaggi e ambientazioni dei miei testi.
Insomma, ogni motivo era buono per riempire pagine e pagine. A volte dovevo fermarmi per il male alla mano destra. A volte semplicemente per il gusto di rileggere quello che avevo scritto.
Sta di fatto che il foglio bianco, la pagina vuota tanto temuta da ogni scrittore, a me facevano l’effetto opposto. Ero talmente ansioso di riempirle che le idee mi fioccavano in testa, come non avessi fatto altro per tutta la vita.
Adesso, per esempio, fra le 15.37 e le 16.02 ho giá buttato giù queste tre pagine e, giuro, non riesco a fermarmi.
Ecco. Questo, per me, é il Moleskine.

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UN DRACULA CHE NON EMOZIONA

Pubblicato: 18 febbraio 2013 in Passioni

Quando usciamo dalla mostra “Dracula – Il mito del vampiro” alla Triennale di Milano, un amico mi dice: «Beh, pensavo qualcosa di meglio».
Io, onestamente, non so cosa rispondere. Perché in realtà non mi aspettavo niente di più.
Non perché la mostra mia abbia soddisfatto, sia chiaro. Ma perché le mie aspettative, in generale sulla qualità di quello per cui pago, e in particolare per questo tipo di eventi, sono in continuo calo.
In sostanza perché, ormai da tempo, ho imparato ad accontentarmi.
Solitamente non mi fido dei pareri, quindi se una cosa mi interessa, che sia un film, un concerto, una mostra o qualsiasi altro evento culturale, ci vado e poi mi faccio la mia opinione. Quindi, per coerenza, non voglio dare io stesso consigli sull’andarci o meno. Non voglio dire di lasciar perdere, che quelle quattro cose esposte le si possono trovare su internet.
Pongo invece una domanda. Cosa ci si aspetta dalla partecipazione a un evento di questo tipo?
Dopo averci ragionato per qualche istante, la risposta migliore che mi viene in mente è: emozione.
Che poi sia paura, meraviglia, stupore, scandalo o quello che è. Ma, emozione.
E qui, nel palazzo della Triennale di Milano, dove, se non chiedi indicazioni l’unica cosa che trovi senza fatica è il bar; qui, di emozione per “Il mito del vampiro”, ne ho provata ben poca.
Non di certo davanti allo schermo tv che trasmetteva “Dracula” di Francis Ford Coppola; non di certo leggendo i pannelli bianco su nero con alcune note storiche, né guardando i cinque o sei oggetti d’epoca esposti. Nemmeno nella sala con le proiezioni mixate dei tanti film sui vampiri, e certamente neanche in quella con esposti dei costumi teatrali che non avevano niente a che fare con Dracula (quindi chissà che cosa ci facevano lì).
Per la cronaca, l’unica emozione che ho provato, e forse solo in quanto appassionato lettore nonché scrittore, è stata al cospetto della teca contenente la prima copia del romanzo “Dracula” di Bram Stoker, con dedica autografa alla madre, datato 25/05/1897.
Se questa singola emozione poi valga lo sbattimento di andare a una mostra e pagare otto euro di biglietto, beh, questo è un altro discorso.

UNA SANA VOGLIA DI ZOMBIE

Pubblicato: 11 dicembre 2012 in Passioni

E’ innegabile: abbiamo tutti una gran voglia di zombie.
Ah no?
E le decine di film? E il fumetto “The Walking Dead”? E la serie televisiva in programma su Fox? E le centinaia di videogiochi? Provate a digitare “zombie” sull’App Store, poi ne riparliamo.
La prossima estate ne esce un altro, di film sugli zombie: “World War Z”, con protagonista, giuro, Brad Pitt (fra l’altro il film è prodotto dalla sua Plan B Entertainment).
Forse l’espressione artistica meno contagiata dal fenomeno zombie è la letteratura, anche se certo i casi non mancano: emblematico “Orgoglio e Pregiudizio e Zombie” di Seth Grahame-Smith.
Ma il motivo?
Forse perché il mondo occidentale ha raggiunto un benessere tale da non desiderare ulteriori progressi, ma preferisce agognare a una vita in un mondo post-apocalittico, dove sopravvivere è un lusso?
Forse perché un mondo in stile far west, dove girare con la pistola nella cintola e poter sparare a bersagli in movimento, senza il rimorso ambientalista della caccia, in fondo, affascina un po’ tutti?
O forse perché un mondo invaso da zombie risveglia l’istinto di sopravvivenza insito nell’uomo?
Del resto lo zombie classico, quello inventato da George Romero, quello che cammina ondeggiando con passo insicuro, fa paura, certo, ma lascia indiscutibili possibilità di fuga. Sembrerebbe sufficiente un po’ di scaltrezza, un tantino di fiato e, magari, un’arma sempre carica in tasca.
A chi non piacerebbe avere un proprio gruppetto di parenti stretti e amici con cui dover sopravvivere in un’apocalisse di zombie? Girare senza meta, con il solo scopo di campare alla giornata. Vagare alla ricerca di cibo per sfamarsi e un posto dove godersi qualche ora di riposo tranquillo. Sciacallare case e negozi abbandonati in cerca di beni di prima necessità.
Ah, questa sí che sarebbe vita!
A volte, mentre sono spaparanzato sul divano a leggere un libro, o quando sono al supermercato, o quando sono in auto bloccata nel traffico, o ancora su un vagone della metro, mi scopro a pensare, cosa farei se all’improvviso…
L’iportante è che gli zombie non siano come quelli di “The down of the dead” (L’alba dei morti viventi) o quelli di “Io sono leggenda” (anche se poi non sono proprio zombie), che corrono come dei forsennati, perché allora sì che sarebbero cazzi!

PLASTINATO LO DICI A TUA SORELLA

Pubblicato: 7 novembre 2012 in Vita Vissuta

“Andiamo a vedere la mostra di Gunther von Hagens?”
“Ah, il celeberrimo Gunther von Hagens… E chi minchia é?”
“Massí, Body Worlds, quella dei cadaveri plastinati”.
Beh, detto cosí non è che piovano i consensi.
Poi pure l’ingresso a quindici euro, che non saranno tantissimi, ma se gli fai due conti in tasca, al Gunther, considerato che ci sono stati trentacinque milioni di visitatori nel mondo, insomma, ti gira un po’ il cazzo ingrassare ancora di piú il tacchino. In tempo di crisi poi…
Sta di fatto che, per la prima volta in cinque mesi, molliamo a malincuore la pupa dalla nonna e partiamo.
Arrivare a Chinatown (zona Cimitero Monumentale) e trovare parcheggio è un viaggio come partire per le vacanze. La coda per fare i biglietti è epica (consiglio vivamente l’acquisto online, con ingresso senza fare la fila). Ma finalmente entriamo.
La prima cosa che vedi è un cuore. Lí. A portata di mano. Vero. Umano.
Giuro che non fa impressione, come non lo fa nessuno dei corpi né degli organi esposti. Forse la cosa che fa piú impressione è come vengono definiti nelle didascalie: i plastinati.
Dicevo. La prima cosa che vedi è un cuore. E da subito, davvero, capisci che hai fatto bene a farti lo sbatti. Vasca in auto e ricerca del parcheggio. A pagare quindici euro.
Capisci che hai fatto bene perché organi, ossa, muscoli, sistemi nervoso e arterioso li hanno visti tutti. Nel laboratorio di scienze a scuola. Nei poster dal medico. Nei film horror. Ma pochi li hanno visti umani e dal vivo (cioè, vivo chi li vede, intendo).
E, ragazzi, vedere l’interno di un corpo umano vero… Tutto intero o pezzo per pezzo… Sano o malato di malattie che sentiamo nominare migliaia di volte ma non abbiamo idea di cosa siano… Vederlo lí… Poterlo toccare (cioè, non si puó, ma sono lí, e si potrebbe)…
Il mio pensiero piú frequente, durante tutta la durata della visita, è stato cazzo che roba.
E poi ho pensato anche tanto a Dio, perché, davvero, anche se Darwin fosse qui davanti a me a giurarmelo, non ci credo proprio che la sola evoluzione della specie abbia potuto portare da una cellula ignorante a un ingranaggio cosí infinitamente complesso e preciso e perfetto e mettiamoci pure bello (a parte gli intestini, che secondo me sono un mezzo sbaglio e non hanno ancora finito di evolversi).
Per la cronaca: non ho visto nessuno svenire né sboccare, e posso giurare che facce mosce ce n’erano.
Lo consiglio? No.
Fate quello che vi pare. Io ci sono andato e mi è piaciuto e sono soddisfatto.

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PER ME, BASTA CHE LEGGI

Pubblicato: 11 ottobre 2012 in Passioni

Dopo mesi di scrupolose riflessioni. Dopo aver analizzato i pro e i contro. Dopo aver letto centinaia di pareri in Internet.
Avevo detto no agli e-book.
Non mi si fraintenda: la logica avrebbe suggerito il contrario. E sotto tutti i punti.
Ma qualcos’altro ha avuto il sopravvento.
L’amore per l’oggetto libro. La devozione del collezionista. Il culto per il profumo della carta. L’attrattiva di una libreria sempre più stipata.
Il tarlo del Kindle (“IL” lettore di e-book), però, continuava a rodere, rumoroso. La passione per i gadget tecnologici, anche.
Così il 3 Agosto 2012 – vigilia del mio compleanno –, sopraffatto dalla forza del consumismo, mi sono detto: regaliamocelo, che male ci può fare? Al limite, se non ci troviamo… Beh, se non ci troviamo vedremo.
Amazon, poi, ci ha messo del suo, offrendomi una consegna – gratis – il giorno successivo. E un prezzo, tutto sommato, davvero ragionevole.
E così, il giorno successivo, ho fatto partire l’ordine. E, puntuale, il lunedì mattina, ecco il mio nuovo Kindle. Anticipato – e qui Amazon ci ha messo ancora del suo – da un paio di e/mail che mi avvisavano “preparati perché il tuo Kindle sta arrivando!” e “la spedizione è già in consegna!”.
Per leggere il mio primo e-book, però, dovevo attendere la fine del libro cartaceo che stavo leggendo, quindi l’attesa – poche ore – cresceva. E in più, entro un paio di settimane, sarei partito per le vacanze.
Così ho finito in tutta fretta La mamma del sole di Andrea Vitali e ho scelto con cura il mio primo e-book.
La scelta è caduta su Il bizzarro museo degli orrori di Dan Rhodes che, nonostante non sia stato un granché, mi sono divorato in quattro giorni. Ho continuato con Great Jones Street di Don DeLillo, finito in cinque giorni. Poi è stata la volta di Big Sur di Jack Kerouac, quattro giorni. Nicolas Eymerich, inquisitore di Valerio Evangelisti, sette giorni. La strada per Los Angeles di John Fante, sei giorni. Furore di John Steinbeck, tredici giorni e Conoscerete la nostra velocità di Dave Eggers in venti giorni. Quindi, dal 6 Agosto 2012 al 30 Settembre 2012, ovvero in cinquantasei giorni, sette libri. La mia media precedente era di un paio al mese.
Ma la maggiore rapidità di lettura è stato solo uno dei vantaggi di possedere un e-book.
La durata della batteria, per esempio, è ottima: da quando l’ho acquistato l’ho ricaricato soltanto tre volte.
Il prezzo dei libri, poi, è forse il vantaggio maggiore per chi legge molto: nove libri mi sono costati 39,91 euro, anziché i 101,30 delle rispettive versioni cartacee. Considerato che il Kindle mi è costato 89 euro, il suo prezzo è già stato quasi completamente ammortizzato. Praticamente gli e-book costano circa fra il quaranta e il cento percento in meno dei prezzi di copertina (molti classici della letteratura sono gratis).
Poi c’è il vantaggio dello spazio. Posso avere tutti i libri digitali che voglio senza nessun problema (sul Kindle ce ne stanno circa millecinquecento, ma se li acquisti da Amazon, loro te li tengono archiviati in the cloud anche se non li scarichi). Mentre ormai le mensole di casa mia sono stracolme, e a ogni nuovo libro cartaceo devo decidere con gran rammarico cosa portare in cantina. Certo, per chi invece possiede un salotto con parete di cinque o sei metri il problema non si pone.
Quindi? Tutto oro? Beh, non proprio. La libreria digitale in italiano, vista la diffusione enorme che stanno avendo i tablet e i lettori di e-book, è in continua crescita. Adesso, però, la scelta è limitata a soli circa quarantamila libri. Non sorridete, sono pochi, davvero. Se siete dei lettori di best seller nessun problema: i libri da supermercato ci sono tutti. Se invece amate qualcosa di più ricercato, beh, non troverete proprio tutto.
In conclusione?
In conclusione, in questi ultimi due mesi, fra regali e scambi su Anobii ho accumulato quattro o cinque libri cartacei e adesso ne ho iniziato uno (Cavie di Chuck Palahniuk). Ecco… Il mio Kindle mi manca già.